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La Pietà

Questa statua è, in verità, solo per metà attribuibile a Giulio Cozzoli, in quanto il volto della Vergine, di autore ignoto, risale alla prima metà del settecento; suo è infatti il solo Cristo Morto, giacente sul grembo della Madre.
Il volto della Madonna era così eccezionalmente irripetibile che nell’affrontare il problema del rifacimento delle statue dell’Arciconfraternita della Morte, Giulio Cozzoli non pensò mai di rifare l’immagine di Maria, rendendosi egli stesso conto della pregevolissima fattura di quella statua, autentica opera d’arte da salvaguardare e trasmettere ai posteri.
A parte il volto e le mani, questa statua consisteva, allora come attualmente, di un comune manichino vestito.
Del gruppo della Pietà quindi, il Cozzoli pensò invece di plasmare una nuova immagine del Cristo Morto, ed essendo un perfezionista, nonostante la giovanissima età, e volendo trasporre nell’arte quella che è la realtà più autentica, cominciò, con la complicità del guardiano del cimitero di Molfetta, a frequentarne la camera mortuaria per studiare la postura dei corpi inanimati nell’abbandono della morte.
In queste “macabre occasioni” egli elaborò gli schizzi che vennero alla fine tradotti in quel capolavoro che ora tutti possiamo osservare. In origine la statua della Madonna stava seduta su una cassa di legno ai piedi della Croce.
Il tutto poi, veniva avvolto nell’ampio manto nero della Vergine, dando l’impressione che la Croce fuoriuscisse dal dorso della Madonna.
Il Cozzoli corresse il difetto creando un ampio masso di cartapesta, distante dalla Croce recante la sindone e un reliquiario, su cui far sedere la Madonna.
Il rifacimento del gruppo della Pietà porta la data del 1908.
Il Cristo, riverso sulle ginocchia della Madre, ha l’atteggiamento immobile di un cadavere, non però la fissità statica, poiché si articola in tre pose riunite: a sinistra il capo arrovesciato, al centro il corpo dall’omero alle ginocchia, a destra le gambe pendenti. Un braccio è disteso sul grembo della Madonna, che ne stringe la mano; l’altro, ricadente all’ingiù, sfiora con l’indice il sandalo materno.
Le lesioni inferte alla fronte dalla corona di spine, i lividi grumosi delle battiture, le escoriazioni causate alle ginocchia dalle cadute, i fori dei chiodi alle mani e nei piedi, la piaga aperta e sanguinante nel costato dal colpo di lancia, conferiscono alla statua verosimiglianza e compiutezza nei patimenti subiti da Cristo.
Il volto della Madonna, rigato di lacrime, subì appena un lieve ritocco. Lo scultore volle donargli una più intensa espressione di dolore: un viso di veemente splendore che rappresenta la Vergine al sommo dello strazio, impietrita, come disanimata dalla spada di dolore che la trafigge.
Quello che non tutti sanno è invece che, quando uscì per la prima volta la Pietà con in grembo il nuovo Cristo Morto, come scrive il Cav. Giuseppe Peruzzi nel suo manoscritto “La grande processione del Sabato Santo”: «Il giudizio popolare, non fu tanto favorevole, in quanto riscontrò nel nuovo Simulacro, un gigante, tenuto conto anche delle proporzioni della Madonna». Sempre il Peruzzi aggiunge che: «Il Cristo, essendo risultato di proporzioni e fattezze non conformi al naturale, il prof. Cozzoli, nell’anno del Signore 1928, sotto il Priorato del Signor Giuseppe Peruzzi, lo rifece impiccolendolo in proporzioni, conservando lo stesso volto e posa da bene armonizzare, con le proporzioni di Maria S.S.
Riuscì con questa riforma, un vero capolavoro, da tutti i cittadini e forestieri, molto ammirato».
Cosa indusse il Maestro Giulio Cozzoli a modificare il Cristo Morto della Pietà solo a distanza di venti anni dal 1908, anno della sua realizzazione?
Bisogna rifarsi ancora una volta a quanto riferisce il Priore Giuseppe Peruzzi, quando lo scultore Filippo Cifariello, in visita a Molfetta il 14 settembre del 1928 per la sostituzione della vecchia statua di S. Giovanni del Verzella, entrò nella “Stanza delle Statue” e vide la Pietà.
«Come entrò il Prof. Cifarelli, ebbe un momento di sbigottimento. Rivoltosi all’esponente, pronunziò queste precise e testuali parole, che qui mi piace letteralmente trascriverle:
“Presidente, chi è l’autore di quel volto Santo della Vergine SS. della Pietà?”.
Fu immediatamente risposto dallo scrivente: “L’autore è ignoto, risale la Sacra Icone della Gran Madre di Dio ai primi del 1600, epoca in cui fu fondata la confraternita”.
Il Comm. Cifarelli, rivolto alla Sua Signora, chiamandola in nome slavo, perchè nativa di Breslavia disse: “Guarda quel volto Santo, oggi non so se vi potrà essere una mano di artista che saprà concepire un simile volto, espressione di immenso dolore, occhi arrossati pel gran pianto, colore del volto esterefatto per i grandi patemi d’animo. Il Cristo, salvando il Cristo, è un facchino. Con quel soggetto, (rivolto alla Madonna) l’artista avrebbe potuto plasmare altro lavoro, a cominciare dalle fattezze, che rappresenta un gigante, se si volesse misurare con un centimetro, mentre secondo quanto raccontano i quattro evangelisti, Cristo era di proporzioni limitate”.
Ebbe molto a lodare la Veronica e la prima Cleofe, nel volto espressivo di desolazione e sconforto,il vecchio S. Giovanni del Verzella, per l’espressione degli occhi e le mani conserte in atto di preghiera, volendo invocare pietà e misericordia verso l’Onnipotente Iddio, per la più grande tragedia della umanità.
A tale dichiarazione erano presenti, oltre vari componenti la commissione, l’intera amministrazione, il Canonico Don Pietro Carabellese, l’ingegnere Sergio Giancaspro, il Commendatore Peruzzi ed altri.
Per quanto riguardano gli apprezzamenti fatti dal Comm. Cifarelli sul Cristo Morto, qualche persona fra i presenti nella Chiesa del Purgatorio, dovette riferire il tutto al Prof. Cozzoli. Quest’ultimo richiese al sottoscritto il Cristo, e lo rifece, accorciando il corpo e le gambe. Mantenne lo stesso teschio, i piedi e le braccia, che anche furono di molto accorciate. Il tutto a sue spese. uscì il nuovo Cristo Morto, in grembo alla Sua SS. Madre, la prima volta in processione, il Sabato Santo dell’anno 1928.
Si voleva da parte dell’amministrazione, offrire un compenso, non fosse altro, per le sole spese vive sostenute dal Cozzoli, ma quest’ultimo, da vero signore, rifiutò qualsiasi emolumento».
Il giudizio di Filippo Cifariello sulla sua opera, dovette talmente infastidire Giulio Cozzoli che, in occasione di quella visita a Molfetta, non volle nemmeno rivedere il suo vecchio maestro.
Sempre infatti, secondo quanto riferito da Giuseppe Peruzzi:
«Durante la giornata che il Comm. Cifarelli stette a Molfetta, chiese al sottoscritto ed altri, del suo discepolo Cozzoli, il quale avrebbe avuto piacere di salutarlo. Fu subito provveduto rintracciarlo, ma il Cozzoli, a mezzo dello stesso corriere, che andò a chiamarlo, non credette di venire, si scusò dicendo che era molto occupato e non poteva distrarsi dal lavoro di un solo momento».
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- Testo a cura del dott. Francesco Stanzione, tratto da "De Passione Domini Nostri Jesu Christi secundum Melphictam", Editrice L'Immagine, Molfetta 2015, Vol. 1.



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